Ci sono vari modi di fare un discorso alla squadra, ai propri atleti, non solo quello motivante volto ad alzare la tensione. In questo articolo ti parlerò di un discorso particolare molto lontano dalla classica immagine che abbiamo dei grandi discorsi degli allenatori, tratto da un gioiello della cinematografia italiana: “Lo chiamavano Bulldozer” con Bud Spencer. Siamo cresciuti con l’idea che l’allenatore nel pre partita, prima che i giocatori scendano in campo, parla ai suoi e con parole, toni e ritmi abilmente miscelati li carica a molla. Può essere così… non sempre.

Come arriviamo alla partita

Se ricordi nel film “lo chiamavano Bulldozer” Bud Spencer viene “assunto” da uno squinternato gruppo di ragazzi italiani che hanno sfidato la squadra di Football della locale caserma USA. Ovviamente gli americani sono “cattivi” ed i ragazzotti italiani bravi e simpatici.
Tra una scazzottata e l’altra inizialmente reticente, Bud accetta di allenarli e, via via che il film va avanti la squadra si inizia a formare, arrivano nuovi elementi. Dopo alcuni conflitti interni, sapientemente gestiti dalle manone di Bud, i ragazzi sono diventati una squadra e si arriva al giorno della partita.

Finalmente la partita

Tra alti e bassi, schemi narrativi non proprio originalissimi, si arriva finalmente al giorno della partita. Siamo all’interno dello spogliatoio e Bud osserva i “suoi” ragazzi prima di prendere la parola ed iniziare il discorso alla squadra. Ti aspetteresti un grande discorso motivazionale per portarli all’eccitazione massima, del resto devono affrontare una squadra di semi professionisti, nello sport nazionale degli avversari, dopo essersi allenati per poche settimane (e mancando delle più elementari basi di preparazione fisica in generale). Bulldozer spiazza e rompe ogni attesa nominando, in forma di domanda, l’emozione che in un momento come quello sarebbe da bandire dallo spogliatoio.

Ed inizia il discorso alla squadra

Bulldozer chiede ai suoi seduti nello spogliatoio: 

Paura?

I giocatori parlottano, sorridono, si guardano intorno, minimizzano, negano, quasi a darsi la carica o sminuire quello che provano. Nel vano tentativo di allontanare quella sensazione rispondono in coro: 

Ohi, ohi, ohi, i più forti siamo noi”.

È abbastanza normale che le persone cerchino, senza riuscirci, di escludere la paura per non esserne sopraffatti. Escludere la tensione tentando di rimanere tranquilli. L’effetto però, spesso, è l’esatto contrario. Ti sarà capitato di provare a “combattere” alcune emozioni nel tentativo di controllarle, di schiacciarle perché non era il momento di provarle; penso che sarai d’accordo con me nel dire che in quelle situazioni, paradossalmente, sono aumentate di forza ed intensità. Più le schiacci e più si fanno forti. Quindi la scelta migliore in alcune situazioni non è combattere l’emozione, ma farla uscire allo scoperto e mostrarla alla luce del sole. E così ha fatto il nostro allenatore.

Vaccinare alla paura

Bulldozer agisce controintuitivamente mostrando a tutti indicandolo l’elefante nella stanza, smontando l’ostentata e finta sicurezza e mettendo a nudo le loro reali emozioni.

Ma chi volete incantare?! Voi avete paura”.

E poi normalizzare quelle stesse emozioni:

“Ed è giusto che sia così! Non c’è nessun bisogno di vergognarsene. Con gli avversari che abbiamo di fronte è comprensibile”. 

Così facendo, prende in contropiede la squadra; i giocatori smettono di essere chiusi in sé stessi nel vano tentativo di soffocare la paura, li sprona ad aprirsi per cementare il senso di essere parte della squadra costruito nelle settimane di allenamento.  L’allenatore in questo caso vaccina e normalizza la paura per ridurre l’ansia da prestazione, quella negativa e paralizzante che influenza negativamente la prestazione.

Focalizzare ciò che è importante

Quando prepari o devi improvvisare un discorso alla squadra devi aver bene chiaro in mente quale è il tuo obiettivo comunicativo, cosa vuoi ottenere o cosa vuoi raggiungere. Quello di Bulldozer l’obiettivo era portare i suoi ragazzi a focalizzarsi su l’unica cosa su cui ha veramente senso focalizzarsi, ovvero sui piccoli gesti, su quello che dovranno fare, sulla prestazione e non sul risultatoNon pone l’attenzione sull’obiettivo, sul risultato finale. Non porta il focus al raggiungimento dell’impresa. Avrebbe riacceso la paura. Li porta a concentrare l’attenzione sulla prestazione:

La cosa importante è vincere la paura ed andare sotto“.

L’importanza dell’appartenenza

Ora ha senso spingere sugli elementi di forza, su quegli aspetti della situazione che possono dare loro una carica vera ed efficace. Ricorda loro il percorso che hanno fatto, e che le loro debolezze hanno permesso loro di diventare una squadra e di crescere come uomini. 

Tutto quello che è successo è servito per fare di voi una vera squadra. Dei veri uomini. Questo era quello che volevo. Per il resto auguriamoci che una volta tanto vincano i peggiori

È quello il loro punto di forza, l’essere squadra ed essere consapevoli delle loro debolezze.
E se ricordi è a questo punto che si alzano al grido di:

Ohi ohi ohi i peggiori siamo noi

Il resto… è il lieto fine cinematografico.

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