Quando un genitore, un allenatore, un personal trainer parla con i propri figli, atleti o clienti, l’uso che fa delle parole influenza pesantemente i risultati che chi riceve la comunicazione raggiunge. In questo articolo analizzeremo i motivi per cui è meglio evitare di utilizzare le negazioni nella comunicazione, soprattutto quando siamo in una situazione ad alto contenuto emotivo.

Non fa male! Non fa male!… Non farà male a te che non sei sul ring!

Inconsapevolmente ero già sulla buona strada nell’analisi dell’uso delle parole. E facendo le dovute differenze ed attenzioni avevo centrato il punto.
Ogni atto comunicativo deve, o quanto meno dovrebbe, essere strutturato per raggiungere un obiettivo. Motivare, calmare, coinvolgere ecc…

Se, come allenatore, il tuo obiettivo è sostenere un atleta motivandolo per far si che si concentri nell’azione per andare a vincere, è bene che tu stia molto attento verso dove dirigi la sua attenzione. Mantenere l’attenzione al qui ed ora è importantissimo per un atleta, ed il primo modo per farlo è portare l’attenzione al corpo. Il pericolo, in questo caso, è dato dal fatto che il corpo è, durante la prestazione, centro di dolore e fatica. 

Quindi dire ad un pugile, dopo che ha preso un fracasso di pugni in faccia, “non fa male” è un grave errore comunicativo che rende la successiva performance dell’atleta molto più faticosa perché lo fa focalizzare sul dolore.
L’allenatore, il personal trainer e, comunque, tutti quei professionisti che hanno un ruolo e/o il fine di motivare o convincere gli atleti a svolgere l’allenamento o mantenere l’attenzione in gara o in partita mettendoci tutta l’intensità possibile, dovrebbero conoscere le regole della linguistica, che non significa conoscere la lingua dell’atleta o degli atleti.

Cenni di linguistica

Per linguistica intendo la conoscenza dell’effetto che determinate parole o strutture di frasi hanno nelle persone che ricevono il messaggio. Dunque un allenatore, preparatore atletico, personal trainer ecc… dovrebbero conoscere quali parole e strutture linguistiche rendono più efficace la propria comunicazione e quali, al contrario, la rendono totalmente inutile se non proprio dannosa.

Già perché il nostro linguaggio, le parole che usiamo, hanno due filtri in ricezione legati alle due forme di pensiero che abbiamo: 

  • Pensiero lento: da un lato arrivano alla parte razionale e conscia del nostro e fanno pervenire un messaggio consciamente e cognitivamente chiaro,

  • Pensiero veloce: dall’altro, portano un messaggio diretto, e non sempre chiaro, o meglio in linea con le intenzioni di chi invia il messaggio, all’insconcio… con una serie di problematiche che ora analizzeremo.

Occhio alle negazioni

È noto nel mondo della formazione e delle crescita personale il concetto secondo cui il cervello non recepirebbe le negazione, in pratica il “non” risulterebbe incomprensibile dal cervello. La questione è un poco più complessa rispetto a come viene proposta. Il “non” viene compreso chiaramente a livello cognitivo e razionale. “Non si gioca a palla in casa!”, “non urlare!”, “Fà attenzione a non sbagliare la battuta”, “Attento/a a non sbagliare il rigore” sono indicazioni semplici e chiare che tutti possono comprendere… a livello conscio e razionale. 


A livello inconscio, invece ad un primo livello di informazione, queste indicazioni hanno l’effetto esattamente opposto. La “mente inconscia” le accoglie in maniera totalmente opposta: “Non si gioca a palla in casa!”, “non urlare!”, “Fà attenzione a non sbagliare la battuta”, “Attento/a a non sbagliare il rigore”.  La mente tende a gestire le informazioni attraverso le immagini, ovvero per ogni parola che percepisce costruisce e/o richiama l’immagine correlata (uno dei compiti principali della memoria). Il problema è che la mente non ha immagini associate alle negazioni, o meglio ciò a cui non dovremmo pensare. Per filtrare il messaggi corretto la mente deve prima costruire l’immagine e poi la deve cancellare per negarla.

Per meglio intenderci prendiamole frasi dell’inizio:

  • Non si gioca a palla in casa!”: per ricevere ed eseguire il comando il cervello deve prima di tutto costruire l’immagine del giocare a palla in casa e poi cancellarlo;

  • Non urlare!”: prima costruisce l’immagine dell’urlare e poi la cancella.

Chi ha figli ora comprenderà perché i propri figli sembra non ascoltino. In realtà ascoltano, non hanno molti filtri razionali i bambini, ed eseguono l’ordine, sono i genitori a sbagliare la formulazione dell’ordine.

Più subdole sono le formulazioni degli altri due esempi:

Fà attenzione a non sbagliare la battuta” ed “Attento/a a non sbagliare il rigore”.

In ciascuno di essi ci sono due ordini in sequenza: 1) fare attenzione e 2) a non sbagliare qualcosa. Ecco come lavora la nostra mente a livello automatico (pensiero veloce):

 

  • 1. esegue l’ordine di fare attenzione e si attiva;

  • 2. crea l’immagine che dovrà cancellare dopo: “sbagliare la battuta” o “sbagliare il rigore”;

  • 3. ed, infine, la cancella…

il problema che pur cancellandola rimane una sorta di eco che influirà sull’azione successiva.

Attenzione!!!

Due chiarimenti:

  • Se l’allenatore o chi per esso dovesse dire una di queste frasi, sicuramente ci sarà l’errore? NO! Rende più difficile la buona esecuzione dell’atto. Poiché ci sono già molte  interferenze che possono influenzare negativamente la prestazione, può avere senso evitarne qualcuna?.

  • Se l’atleta sbaglia l’esecuzione del gesto atletico è colpa dell’allenatore o chi per esso che ha formulato male la frase? NO! La responsabilità è sempre di chi esegue, imparare a gestire questo tipo di interferenze è compito e responsabilità dell’atleta. Perché sono buoni tutti a fare risultati eccezionali all’interno di una bolla di cristallo senza interferenze.

Un pò come il Marshal durante una spartan che al multirig ha iniziato ad urlarmi “non mollare, non mollare” e… ho fatto i miei burpees

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